Etica nell’informare, etica nel comunicare. Con quali linguaggi, oggi che il mondo dei mass media sembra rare farsi in una babele informe di stili, codici, registri? Interrogativi che sovente animano il dibattito fra esperti, soprattutto per quel che riguarda il rapporto tra famiglia, televisione e minori, ma che non lascia immune il mondo della carta stampata, l’informazione on line, i blog che sempre più numerosi invadono la rete, in un crescendo di toni esasperati, forti, invasivi della privacy, dell’intimità della persona, per nulla rispettosi della dignità del lettore, privi di una coscienza mediatica che dovrebbe, prima di tutto, porre al centro dell’attenzione un messaggio chiaro, coerente, limpido, genuino. La giornata di studi promossa a San Potito Sannitico dalla nostra redazione e dall’associazione Belmatese, con il patrocinio del Comune e d’intesa con l’Istituto italiano per gli studi filosofici, apre una riflessione a trecentosessanta gradi sul rapporto fra etica e comunicazione: non solo il giornalismo, quindi, ma anche la pubblicità, la televisione, il cinema, internet, il cellulare, tutto ciò che oggi può costituire il “medium” attraverso cui far passare messaggi, idee, proposte, contenuti e quindi informazioni, notizie, dati, denunce, punti di vista e opinioni. Il nodo da sciogliere sta nella ricerca di uno spazio di confronto e di informazione che oggi è compresso dai tempi stringenti della cronaca, dalla quantità delle informazioni e dei dati che molto spesso non si ha il tempo di verificare, dall’inasprirsi di toni e codici linguistici che nulla hanno di deontologicamente corretto, eticamente orientato, contenutisticamente significante. Se da un lato i tempi pressanti dell’informazione fanno i conti con una richiesta crescente di notizie che diventano obsolete dopo una manciata di minuti, dall’altro il mondo della comunicazione rischia di restare vittima di questi toni concitati, esasperati, aggressivi, irruenti. Ne deriva un impoverimento culturale della professione di giornalista “vecchia maniera”, il cui ruolo era soprattutto quello di informare, ma anche di creare una osmosi culturale nella società, di mediare l’impatto mediatico di una notizia attraverso un delicato lavoro fatto di sintesi, interpretazione, critica, prudenza, equilibrio, oltre che conoscenza sintattica, ricchezza lessicale, competenza grammaticale. Saperi che nessun ente di formazione potrà mai certificare, ma che per anni sono stati il fondamento di una professione oggi in profonda crisi d’identità. Il problema di fondo sta quindi nel rendere possibile un forte recupero di credibilità, ma a quali costi e soprattutto, in quali forme e modi? Una piccola pietra nello stagno è stata quindi lanciata a San Potito Sannitico, piccolo comune di una provincia che specie negli ultimi tempi è prodiga di cronaca. Fatti, notizie, dati, informazioni: ma quale saggezza e quale intelligenza nel saperli comunicare? (Gianfrancesco D'Andrea)
La Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici apre una riflessione sulla verità dell’informare
LA SFIDA DEL LINGUAGGIO PER UNA NUOVA RESPONSABILITA'
Tra le tante “buone notizie” emerse durante l’ultimo congresso nazionale della Federazione Italiana Settimanali Cattolici (Fisc), che si è tenuto giorni fa a Forlì ed al quale ha preso parte anche una delegazione del nostro periodico, ce n’è una, in particolare, che forse più di tutte ha rappresentato il senso della comunicazione cristiana. Nella Casa della Carità di Bertinoro, davanti a centocinquanta congressisti, una suora parla con Paola (il nome è di fantasia), afasica e semiparalizzata da anni, ma con una incredibile capacità comunicativa, a dispetto del linguaggio (scritto e parlato) perduto irrimediabilmente. La suora pronuncia velocemente le lettere dell’alfabeto, osserva l’occhio di Paola, attento alla raffica che viene fuori dalle labbra: a..b..c..d fino alla lettera giusta, la emme. Quindi la suora compone le sillabe, come alla scuola elementare: ma me mi…Paola batte le palpebre, la suora comprende che deve fermarsi sulle ultime lettere o sillabe pronunciate. Ed ecco la frase: “Mai vista tanta gente”! Ecco cosa fanno dedizione e carità cristiana, capacità comunicativa e competenza relazionale. L’incontro con Paola e con i volontari della Casa della Carità è stato uno dei tanti momenti di crescita e di confronto vissuti a Forlì, una riflessione ad ampio spettro sul tema “Alla ricerca della verità perduta, l’informazione fra mistificazione e interpretazione”. Ottime le intuizioni del bravissimo collega Alessandro Rondoni, direttore del settimanale Il Momento, che ha organizzato il congresso in occasione dei novant’anni del periodico. Ed è stato Lorenzo Del Boca, presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, a ribadire che il giornalismo oggi sconta il prezzo della quantità delle notizie: spesso le pagine dei quotidiani si riempiono di improbabili approfondimenti sul meteo, sui primati da nulla delle estati e degli inverni più caldi e più freddi, semplicemente per assecondare le logiche distorte di un’informazione riempitiva, additiva, superflua, mal posta. Un concetto ripreso anche da Don Giorgio Zucchelli, presidente della Fisc, contro tutto ciò che rappresenta “la paccottiglia dell’informazione”. Senza contare la cristallina analisi di Don Cesare Contarini, direttore de La Difesa del Popolo, settimanale diocesano di Padova, che durante i lavori del congresso ha riportato l’attenzione sui rischi che si corrono decontestualizzando l’informazione: testo e contesto appunto, due facce di una stessa medaglia, imprescindibili, perché la professione di giornalista vuol dire scrupolo, attenzione, dedizione, coscienza, competenza. I settimanali cattolici, allora, come banco di prova di tante silenziose “buone prassi” nel modo di fare informazione, tutti i giorni, dando il giusto peso alle parole, al loro significato autentico, ad un messaggio che possa porre quotidianamente al primo posto la dignità dell’uomo e quindi la dignità del lettore, senza mutuare linguaggi, semplicemente usandoli per ciò che essi rappresentano, nel rigore della professione, fatta di sobrietà, di serietà, di responsabilità. In poche battute, lo ha detto il giornalista Marino Bartoletti di Rai Sport. Spesso la politica mutua le sue parole dal linguaggio dello sport: scendere in campo, pressing, mettere a segno e così via, sono espressioni dello sport ed è giusto che continuino ad appartenere solo allo sport. Se usassimo ogni linguaggio nel modo più appropriato, senza sconfinare nel terreno del vicino, sarebbe già una buona partenza verso il recupero di una vera, salda etica dei linguaggi e della responsabilità. |