"Obama? Uomo di pace, non un pacifista di professione"
Diplomatico di lungo corso, Paolo Janni, editorialista de Il Mattino e Avvenire, ha presentato di recente presso
la Biblioteca
della Curia vescovile il suo ultimo libro, “L’Occidente plurale, Stati Uniti ed Europa nel XXI secolo”, pubblicato con i tipi della Rubettino editore. Un profilo chiaro ed analitico dei rapporti fra vecchio e nuovo continente, dai tempi della guerra fredda fino ai nostri giorni, in grado di spiegare anche ai meno esperti di politica e relazioni internazionali le dinamiche che caratterizzano i movimenti geopolitici del pianeta. Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata informale, nella sua casa di Piedimonte Matese, per un discorso a grandi linee sulla sua esperienza di diplomatico e sulle difficoltà del mondo contemporaneo.
Ambasciatore Janni, come ha trascorso questo periodo di vacanza a Piedimonte Matese?
In questi giorni di permanenza a Piedimonte sono stato spesso al mercato, un posto che adoro. Se lei ha l’occasione di fare un giro al mercato coperto, in piazza Giovanni Caso, e osserva con curiosità fra i punti vendita, potrà imparare tantissimo. Io adoro i mercati, in quelli che frequento conosco tutti e mi conoscono tutti. Se lei prova a porre le domande alle persone che incontra in luoghi del genere, avrà delle risposte di una freschezza e di una immediatezza disarmanti. I politici al mercato non ci vanno e infatti non conoscono i problemi della vita reale, quelli della gente comune, come ad esempio il costo della vita.
Un diplomatico che critica i politici?
Guardi, la diplomazia non equivale a menzogna. E’ una parola su cui plana una certa patina di ambiguità, come ambigui possono essere i modi di persuasione diplomatici. Ma la diplomazia è un metodo, un mezzo, non è un fine, la sua missione è quella di promuovere gli interessi di un Paese e non è vero che il negoziato diplomatico debba escludere la verità. Questo fallisce quando l’interlocutore che si ha davanti non capisce fino a che punto ci si può spingere con le proprie concessioni.
Lei quindi ha sempre detto la verità?
Dire subito la verità al proprio interlocutore può essere il mezzo migliore per il successo di un negoziato diplomatico.
La sua analisi dei rapporti fra Usa e Europa, nel libro appena pubblicato, è assolutamente oggettiva. Ma condivide l’impostazione secondo cui l’Europa sia figlia degli Stati Uniti, o viceversa?
Io credo che vi sia una comune radice nella civiltà greco-romana e cristiana, ma per il resto parliamo di due realtà differenti. L’America ha percorso una strada del tutto differente dall’Europa. Non voglio dire che gli Stati Uniti siano una sorta di Europa più evoluta, ma più semplicemente credo che l’America sia altrove. Oggi il grande malinteso atlantico sta in ciò: non esiste un’analisi condivisa, fra Stati Uniti ed Europa, delle nuove minacce globali, ma una continua divergenza.
Chi sbaglia di più? L’Europa o l’America?
L’Europa cerca di dare dei buoni consigli perché non può più dare cattivi esempi. Il fascismo, il nazismo, il razzismo, il colonialismo, l’esperienza dell’Olocausto, sono tutti figli dell’Europa, non dell’America.
Come racconterebbe in poche battute gli Stati Uniti?
Keynes riteneva che ogni viaggio in America fosse come una malattia alla quale doveva seguire necessariamente un periodo di convalescenza. Noi oggi possiamo cogliere delle analogie fra Stati Uniti e Gran Bretagna, due realtà fra le quali c’è senza dubbio un rapporto più intimo. Hanno una radice comune nel capitalismo anglosassone, nella riforma protestante. Ma gli Stati Uniti, come le ho detto, sono altrove.
Oggi la geopolitica ha mutato il suo antico rapporto Est-Ovest. Cosa è accaduto dalla caduta del muro di Berlino in poi?
Il muro, in un certo senso, ci è crollato addosso e ci ha imposto di rivedere i rapporti Est-Ovest,mentre nel panorama geo-strategico si affacciavano nuovi attori. Ed oggi, rispetto alla evoluzione dello scacchiere internazionale, ci troviamo impreparati per la complessità dei rapporti venutisi a creare e per il ruolo giocato dai nuovi attori.
E’ il tono fra le relazioni internazionali che è cambiato. Oggi l’Iran afferma che Israele non ha diritto a esistere…
Prima c’era una contrapposizione di mezzi. Oggi anche gli Usa possono uscire battuti da un conflitto in Iraq, in Afghanistan. Ciò accade perché non si conoscono a sufficienza le culture che hanno le proprie radici nelle menti e nei cuori dei nuovi attori. L’Iran potrà anche diventare bersaglio di rappresaglie militari statunitensi, ma le conseguenze sarebbero senz’altro negative perché ci troveremmo di fronte ad un’azione che in molti condannerebbero. Bisogna che la comunità internazionale faccia sentire la propria voce.
Purtroppo negli ultimi quindici anni la risoluzione dei conflitti è stata affidata sempre alle armi più che ai negoziati diplomatici. L’Onu oramai sembra impotente…
Non bastano da sole le Nazioni Unite. Io ritengo necessario un impegno continuo e coordinato da parte della Comunità Internazionale.
L’Amministrazione Bush, in piena guerra in Iraq, affermò che in effetti non vi era stata prova della presenza di arsenali militari non convenzionali. Come fa l’establishment di una superpotenza a restare in carica di fronte ad una ammissione così grave?
L’Iraq fu invaso sottovalutando il peso della cultura araba e islamica. Gli Stati Uniti hanno capito solo in seguito che per comprendere il mondo bisogna ascoltare le sue voci. Solo in questo modo le minacce emergenti possono essere affrontate con un buon margine di successo. Prima avevamo una conoscenza frammentaria di ciò che accadeva in Cina, in India. Oggi questi Stati rappresentano la più seria minaccia alla capacità concorrenziale dell’Occidente.
L’Occidente vuole sostituire la democrazia con le dittature, ma l’Iraq è stata invaso senza la prova degli arsenali, le torture inflitte dai soldati americani nel carcere di Guantanamano hanno fatto il giro del mondo e Saddam Hussein è stato impiccato. Non sarebbe stato più democratico e quindi occidentale processarlo dinanzi ad un Tribunale internazionale?
Sarebbe stato moralmente più giusto e politicamente più opportuno processare Saddam Hussein. Ma non condannarlo a morte poteva paradossalmente costituire una minaccia, per la forte presenza degli Sciiti nell’Iraq, che non volevano più saperne di Saddam Hussein”.
Lei scrive che è ancora troppo presto per giudicare negativamente l’operato di George W.Bush…
“La storia aiuta a rivedere le posizioni e i giudizi assunti su un personaggio. La nostra capacità di valutare in tempo reale gli eventi è mediocre. Ecco perché il passare del tempo può riservarci delle sorprese.
Reagan e Gorbaciov resteranno positivamente nella memoria di tutti?
Gorbaciov volle riformare il Comunismo, che però non era riformabile e quindi l’Unione sovietica collassò. L’Urss non poteva più rincorrere gli Stati Uniti nella sfida di un continuo avanzamento economico, scientifico, tecnologico. Eravamo di fronte a due modelli opposti. Ma in quegli anni si riuscì comunque a far implodere l’Urss senza sussulti drammatici, che solitamente accompagnano il crollo di ogni impero. Reagan aveva il senso della direzione, era un leader autentico, usava un linguaggio accessibile e non aveva alcun dubbio rispetto agli obiettivi della politica estera statunitense.
Come sarà la nuova America di Obama?
Obama è il primo presidente globalizzato perché la globalizzazione, ce l’ha nelle vene. Il cambiamento lo impersona, lo incarna ed userà tutti i mezzi di persuasione negoziale e diplomatica per centrare i suoi obiettivi. Ma possiamo star certi che se gli interessi degli Stati Uniti dovessero essere intaccati, anche Obama potrebbe ricorrere all’opzione militare. E’ senz’altro un uomo di pace, ma non un pacifista di professione!.
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