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PRESENTAZIONE DEL DOSSIER REGIONALE DELLA CARITAS SULLE POVERTA'DELLA CAMPANIA 2011 Quest’anno il Dossier sulle Povertà della Campania 2011, curato come sempre dalla Delegazione Regionale Caritas, per volontà dell'Assemblea plenaria dei Direttori, è stato presentato in tutte le province della Campania nel corso della Settimana della Carità, dal 6 al 10 febbraio scorsi. Secondo l’art. 3 dello Statuto nazionale, uno dei compiti della Caritas è quello di realizzare “studi e ricerche sui bisogni per aiutare a scoprirne le cause … e per stimolare l’azione delle istituzioni civili e una adeguata legislazione”. Nell’ambito di tale compito, anche le Caritas Diocesane della Campania hanno sempre dedicato particolare attenzione allo studio della povertà nella regione.
Il giorno 7 febbraio, quindi, presso la Sala Consiliare della Provincia di Caserta, si è tenuta la “Presentazione del Dossier regionale Caritas sulle povertà della Campania 2011”. L’evento ha visto la partecipazione di diverse cariche illustri, come il Presidente della Provincia di Caserta, Dr. Domenico Zinzi, il quale, a causa di impegni improrogabili ha preso parte a tale manifestazione solo nel momento iniziale, salutando gli ospiti, perdendosi così la voce e la voglia di coloro che cercano quotidianamente di dare una nota di colore e di speranza al grigiore dei nostri giorni. A rappresentare la Chiesa casertana, come presidenti istituzionali delle relative caritas diocesane, sostenendone il costante e continuo impegno, c’erano S.E. Mons. Pietro Farina, Vescovo di Caserta, S.E. Mons. Bruno Schettino, Arcivescovo di Capua, S.E. Mons. Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa, S.E. Mons. Arturo Aiello Vescovo di Teano-Calvi, Don Vincenzo Federico Delegato regionale Caritas Campania e direttore Caritas di Teggiano-Policastro, i quali, attraverso la loro partecipazione, hanno trasmesso quel calore e quella voglia di fare e, per dirla con le parole di introduzione di S.E. Mons. Pietro Farina: “siamo tutti sullo stesso carro e non importa chi è al comando e chi invece è un semplice passeggero, perché questo carretto oggi giorno si è arenato in una cunetta e quindi dal più piccolo al più grande dobbiamo scendere dalle nostre comode poltroncine, scorciarci le maniche e trainarlo, dando così il nostro contributo per poter risanare la situazione”. Un incoraggiamento ci è stato dato anche dal moderatone Francesco Iannucci, vicedirettore della Caritas di Aversa, sempre presente non solo fisicamente, ma con cuore e anima come trapela dal suo impegno continuo e costante. A fare “squadra” tutti i direttori delle caritas diocesane in provincia di Caserta: Don Antonello Giannotti (vicario della carità per Caserta); Don Gennaro Iodice (direttore di Capua); Don Vincenzo Cacciapuoti (direttore di Aversa); Diac. Francesco Agusta (direttore di Sessa Aurunca); Avv. Vinicio Squillacioti (direttore di Teano-Calvi) e Don Alfonso De Balsi, direttore della Caritas di Alife-Caiazzo, che, da oltre trent’anni, spende la sua vita per aiutare il prossimo e che grazie al suo impegno costante riesce a trasmettere la voglia di fare ogni giorno un po’ di più. La nostra diocesi ha visto la partecipazione di un bel numero di laici impegnati, che hanno viaggiato insieme verso Caserta, saliti sul pullman messo a disposizione dalla caritas diocesana. Rappresentanti delle caritas parrocchiali e alcuni membri del CPP e catechiste: di S. Maria Maggiore e di Ave Gratia Plena per Piedimonte, di San Michele e della Cattedrale per Alife, di S. Maria della Valle per Sant’Angelo d’Alife, di S. Giovanni fraz. Maiorano di Monte per Dragoni, di San Nicola per Alvignano, di SS. Giovanni e Paolo-S. Rufo per Caiazzo, di Baia Latina, di Villa S. Croce, di Piana di Monteverna; presenti l’Ufficio Migrantes e l’Ufficio per i Problemi sociali, con i loro direttori diocesani; presidenti e consiglieri delle Associazioni “Volontari di Giacomo Gaglione”, “Movimento e Centro per la vita S. Gianna B. Molla”, “Centro Sportivo Italiano”, “Archeoclub”, “Ass. Don Luigi Sturzo”; tutte persone che, incuranti del freddo rigido della giornata, hanno sfidato il maltempo e hanno partecipato, non solo con la loro presenza, facendo “famiglia” sul bus, ma attraverso il loro impegno completamente disinteressato, credendo vivamente in tutto quello che fanno e prendendolo a cuore, facendolo diventare uno scopo di vita, persone comuni che oltre a svolgere un loro lavoro, in silenzio e nell’ombra spendono la gran parte del loro tempo dedicandolo a chi si trova in difficoltà. A rappresentare il clero, oltre al veterano Direttore, anche il giovane Don Pierre L. Bijong, parroco di Maiorano. Medici, dirigenti ASL, dirigenti scolastici, assistenti sociali, il Presidente del Parco del Matese (Dott. Pino Falco) , e i Sindaci dei comuni diocesani di CastelCampagnano (Dott. Giuseppe Di Sorbo) e di Caiazzo (Ing. Stefano Giaquinto, consigliere provinciale), unici sindaci presenti sui 106 comuni della provincia di Caserta invitati, hanno rappresentato la rete sociale. Dal Dossier, presentatoci con infinita chiarezza dal sociologo e giornalista Dott. Ciro Grassini, che è anche formatore regionale di Caritas Campania, sono emersi dati sconcertanti, riguardanti anche gli abitanti dei comuni appartenenti alla provincia di Caserta. La povertà oramai assume ogni forma e può colpire tutte le età, anche se maggiormente i più coinvolti sono i giovani e le donne, che rivestono il ruolo di portavoce dei bisogni familiari.
I dati presentati si riferiscono alle 6.925 famiglie transitate nei Centri d’Ascolto delle Caritas diocesane e parrocchiali, in rete su tutto il territorio regionale nel 2010. Poiché alle loro spalle vi sono quasi sempre interi nuclei familiari, complessivamente si tratta di circa 25.000 persone, che rappresentano il 4,3xmille dei cittadini campani.
Dal dossier emergono:
•Un aumento degli utenti che, negli ultimi 4 anni, sono raddoppiati. La crescita di presenze è dovuta soprattutto alla componente italiana che ha quasi raggiunto quella migrante (Migranti 52,5% - Italiani 47,3% - Doppia cittad. 0,2%)
•Le donne continuano ad essere maggiormente presenti nei CdA (63,5%)
•Anche il profilo anagrafico degli utenti è immutato. Tre su quattro hanno un’età compresa tra i 25 ed i 54 anni.
•La famiglia si conferma la principale protagonista nei Centri d’Ascolto. La metà circa dei nostri utenti sono coniugati ed in maggioranza vivono con propri familiari. Gli italiani che abitano con familiari o parenti raggiungono addirittura l’83,5%.
•Significativa la presenza persone senza dimora. Il loro numero è cresciuto rispetto allo scorso anno, pur se di poco, dopo il sensibile aumento avvenuto nel 2009.
•Il profilo professionale dimostra che la maggioranza degli utenti è disoccupata (65,5%). Sono però in aumento soprattutto coloro che, pur avendo un impiego (19,5%), non riescono più neanche a “sbarcare il lunario”.
•I maggiori bisogni emergenti sono pertanto quelli occupazionali (60,6%) e quelli relativi a problemi economici (60,2%). La povertà grava più sugli italiani, mentre la difficoltà lavorativa riguarda entrambe le categorie. Per i migranti permangono situazioni di irregolarità, pur se il fenomeno sembra attenuato rispetto al passato.
•Le richieste maggiormente espresse sono quella lavorativa (30,0%) e quella di beni e servizi materiali (25,7%), in particolare vestiti ed aiuti alimentari. Cresce anche la domanda di sussidi economici (19,3%).
Donne, immigrati, disoccupati, sempre in aumento, soprattutto da qualche anno, tutti a rappresentare il loro bisogno insoluto di lavoro, che spesso li porta sull’orlo di una disperazione, palesata, però, a volte con estrema dignità, quella che la Caritas da quarant’anni ormai ci insegna a difendere e a tutelare, per promuovere l’uomo all’interno della sua comunità di appartenenza. Grazie al lavoro di centinaia di operatori, sparsi nelle varie realtà diocesane, coloro che si accostano la prima o più volte al centro di ascolto trovano accoglienza, disponibilità, spesso risposte e interventi che gli enti preposti non riescono più a sostenere, soprattutto dopo che la crisi economica e i vari dissesti finanziari hanno colpito la Regione Campania. Le Caritas della Campania offrono, però, anche un messaggio di speranza. Il capitolo conclusivo del dossier è dedicato alla descrizione di alcune Opere-segno diocesane. L’intenzione è duplice: ci si vuole adoperare, perché non venga mai persa la SPERANZA, ma c’è anche la ferma volontà di illustrare risposte efficaci alle situazioni di bisogno, affinché tanta povertà non possa essere considerata ineluttabile.
Da ciò deriva una considerazione per ciascuno di noi: molte volte una persona che versa in uno stato di bisogno si può trovare alla porta accanto e l’unica cosa da fare è aprire il cuore. La nostra deve essere come una missione e bisogna avere tanta forza da riuscire a trasmettere amore, per far in modo di riaccendere quella speranza nei cuori di chi è sofferente, perché la vita è un dono di Dio e bisogna viverla con dignità. Alla fine di questo breve excursus sulla presentazione del Dossier, sono stati posti dei quesiti da parte del pubblico attento, dai quali è emerso chiaramente che c’è voglia di fare, che tutti noi siamo spinti dalla fede nel Signore e certamente non intendiamo arrenderci, anzi unirci ancora di più e per dirla con le parole del vicedirettore: “se i discepoli erano 12 e sono riusciti a diffondere la parola di Dio, noi che siamo molti di più, quante cose potremmo fare? Quante ne potremmo migliorare?”. Ed è proprio con questi interrogativi, che comportano una profonda riflessione, che ci siamo congedati, salutandoci, per ritornare alle nostre case, con un entusiasmo maggiore che “insieme” potremo impegnarci di più e meglio per il bene comune, uniti nella parola del Signore.
Rosanna Luciano - collaboratrice
Le foto dell'evento su Facebook alla pagina La Vita Un Puzzle
(Fonte dei dati: da scheda dossier di Ciro Grassini) | VIENE DALLA SARDEGNA IL NUOVO DIRETTORE DI CARITAS ITALIANA  Il Consiglio Permanente della CEI ha nominato alla guida di Caritas Italiana mons. Francesco Antonio Soddu, della diocesi di Sassari. “Con spirito di timore, ma anche di abbandono e di fiducia inizio questa nuova avventura sentendomi, come Abramo, sradicato dalla mia amata terra-diocesi per continuare il servizio di ministro in altro posto, ma sempre nell’unica amata Chiesa di Cristo”.
Così mons. Francesco Antonio Soddu ha commentato a caldo la notizia della sua nomina a direttore di Caritas Italiana. Mons. Soddu, 52 anni, ordinato presbitero nel 1985, dal 1997 è parroco della cattedrale di Sassari e dal 2005 è direttore della Caritas diocesana di Sassari. Ha compiuto gli Studi teologici presso la pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Succede a mons. Vittorio Nozza, che ha diretto Caritas Italiana dal 2001 ad oggi. A nome della Presidenza, il presidente di Caritas Italiana, S.E. Mons. Giuseppe Merisi, interpretando i sentimenti di tutti gli operatori e collaboratori, ha dato il benvenuto al nuovo direttore, esprimendo nel contempo un sentito ringraziamento a don Nozza per la competenza con cui per quasi 11 anni ha guidato Caritas Italiana, accompagnandola oltre il traguardo dei 40 anni, in percorsi pastorali a servizio delle chiese che sono in Italia e nel mondo, nel rispetto del suo ruolo prevalentemente educativo, capace di far passare, attraverso i fatti e le opere, il Vangelo della carità di Dio.
BREVE BIOGRAFIA DI MONS. SODDU
Soddu mons. Francesco Antonio
Nato a Chiaramonti (SS) il 10.10.1959
Ordinato presbitero il 24.04.1985 nella Cattedrale di Sassari
Studi teologici presso la pontificia Facoltà Teologica della Sardegna (Baccalaureato in Sacra Teologia e Licenza in Teologia Pastorale).
Incarichi ricoperti
Vice Rettore del Pontificio Seminario Regionale Sardegna dal 1985 al 1987.
Vice Rettore del Seminario Diocesano di Sassari dal 1987 al 1996;
Direttore Centro Diocesano Vocazioni dal 1987 al 2005;
Assistente Gruppo Scout AGESCI Sassari 3 dal 1997 ad oggi;
Canonico del Capitolo Turritano dal 1998 ad oggi;
Membro del Consiglio Presbiterale Diocesano dal 1999 ad oggi e Segretario dello stesso dal 1999 al 2005;
Membro del Concilio Plenario Sardo nella terza sessione;
Componente del Comitato Diocesano per il Giubileo del 2000;
Assistente Diocesano di Azione Cattolica Italiana Settore Giovani dal 1998 al 2005;
Segretario Generale del Congresso Eucaristico Diocesano 2003;
Direttore Diocesano Centro di Pastorale Giovanile dal 1994 al 2005 ;
Componente del Collegio Diocesano dei Consultori dal 2005 al 2011;
Direttore Caritas Diocesana dal 2005 ad oggi ;
Direttore Ufficio Diocesano Migrantes dal 2011 ad oggi;
Parroco della Cattedrale di Sassari dal 1997 ad oggi.
Roma, 27 gennaio 2012 .
| DALLA NOSTRA DIOCESI UN SALUTO ED UN SENTITO "GRAZIE" A MONS. VITTORIO NOZZA  Il 7 marzo 2011, nella nostra realtà diocesana, si è avuta la partecipazione del Direttore della Caritas Italiana, Mons. Vittorio Nozza, per l’incontro di Formazione, tenutosi al mattino per il Clero, presso la Sala Multimediale del Seminario Vescovile in Piedimonte Matese; al pomeriggio per Laici Animatori delle caritas parrocchiali, presso il Salone Multimediale del Centro Diocesano Caritas in Alife. E’ la terza volta che Don Vittorio ci ha onorato della sua presenza, durante il suo lungo periodo di direzione dell'organismo pastorale. Ha già tenuto incontri con il clero e con i laici, a gennaio del 2002 e nel novembre del 2006. Sessanta anni, di Bergamo, ordinato sacerdote nel 1973; dopo anni di lavoro sul territorio, nel 1986 viene nominato direttore della Caritas diocesana di Bergamo, fino al 1998. Poi approda a Roma, in Caritas Italiana, come Responsabile dell’Area Nazionale. E, dal 2001, ne è stato il Direttore. Rieletto dai Vescovi italiani nel 2006, ora, dopo aver portato a conclusione brillantemente il Quarantesimo di Caritas Italiana, ha finito il suo mandato, non più rieleggibile. Ringraziandolo di cuore per il proficuo lavoro, svolto a livello nazionale, in questo decennio, gli formuliamo sinceri e cordiali auguri di un longevo e sempre più fruttuoso e provvidenziale cammino, nella vigna del Signore! Ad majora, don Vittorio!
| 35° CONVEGNO NAZIONALE DELLE CARITAS DIOCESANE - 40 ANNI DI AMORE  "La Chiesa che educa servendo la carità" è stato l'emblematico titolo del convegno nazionale, prendendo spunto dalla frase evangelica di Marco: «… Si mise ad insegnare loro molte cose» (Mc 6,34). Tenutosi a Fiuggi, idal 21 al 23 novembre uu.ss., ha ospitato oltre 600 tra partecipanti e relatori, per concludere, attraverso le testimonianze dei primi fondatori e promotori della CARITAS ITALIANA, il quarantesimo anno di costituzione. Paolo VI, pontefice illuminato, la istituì nel 2 luglio 1971, per trasformare il senso di "carità" che aleggiava nella Chiesa del tempo: non più assistenzialismo ed elemosina o beneficenza, ma promozione dell'uomo e funzione pedagogica, per insegnare a fare amare il prossimo. Numerosi e tutti interessanti i relatori che si sono avvicendati, ma su tutti merita di essere ricordata la testimonianza di Mons. GIOVANNI NERVO, primo presidente di Caritas Italiana a cui Paolo VI affidò l'organismo, che ha rilasciato una piacevole e sentita intervista, all'inviato di Avvenire, Paolo Lambruschi, che val la pena di riportare integralmente. FUNZIONE PEDAGOGICA E PROFONDA SPIRITUALITA’ PER ESSERE PROFEZIA 1)Perché 40 anni fa Paolo VI sollecitò la Cei a dar vita a un proprio organismo che coordinasse le attività caritative e assistenziali della Chiesa? La Caritas nasce dal Concilio, come strumento di rinnovamento nella vita della Chiesa. Paolo VI nel primo convegno delle Caritas diocesane ci disse: “Non è concepibile che il popolo di Dio cresca secondo lo spirito del Concilio Vaticano II se tutti i membri della comunità cristiana non si fanno carico dei bisogni e delle necessità degli altri membri”. Prima della Caritas in Italia c’era stato per oltre trent’anni un grande organismo caritativo e assistenziale, erogatore di beni e servizi, la Pontificia Opera Assistenza (POA); era dipendente dalla Santa sede, riceveva gli aiuti dai cattolici americani ed era lo strumento della carità del Papa per la Chiesa italiana. Nel periodo della guerra e del dopoguerra fu provvidenziale per la Chiesa italiana. La POA era organizzata e guidata da un grande apostolo della carità, mons. Ferdinando Baldelli, che forse la Chiesa italiana ha dimenticato troppo presto e che in questo quarantesimo è giusto e doveroso ricordare. Cambiata in Italia la situazione, Paolo VI nel 1970 sciolse la POA e sollecitò la CEI a darsi un proprio organismo pastorale per promuovere e coordinare l’attività caritativa nella Chiesa italiana. Così nacque la Caritas. 2)Qual era il clima di quegli anni e che cosa cambiò culturalmente nella Chiesa dopo la nascita della Caritas?
Il clima era di chi era abituato a ricevere ed era poco educato a dare. Ricordo che una volta andai da un vescovo che era stato incaricato dalla sua Conferenza episcopale di seguire l’avvio delle Caritas diocesane nella sua regione, andavo per chiedergli suggerimenti su come si potevano aiutare le diocesi a istituire e avviare le Caritas diocesane. Mi chiese: “Che cosa ci date?”. “Nulla, eccellenza”, gli risposi. “E allora perché ci siete?”. Occorreva evidentemente un profondo cambiamento culturale. Fu provvidenziale e profetico l’indirizzo che ci diede Paolo VI nel primo convegno nazionale delle Caritas diocesane, quando ci indicò la prevalente funzione pedagogica della Caritas.
3)Come venne accolta dalla gente comune e dalla comunità cristiana?
La gente comune capì subito il messaggio: era quello che aspettava dalla Chiesa. Un segnale provvidenziale ci giunse mentre stavamo per iniziare, alla Domus Mariae, il primo convegno nazionale. Mi si avvicinò una signora anziana, vestita dimessamente, che mi consegnò una busta con la somma di 1.200.000 lire: erano gli arretrati della sua pensione sociale. Anche le comunità parrocchiali cominciarono a cogliere il messaggio, cioè la prevalente funzione pedagogica della Caritas. Ricordo il modo esemplare con cui una Caritas parrocchiale di Lucca promosse nella sua comunità l’avvento di fraternità. Fece anzitutto alla comunità una proposta molto forte di condivisione fondata sulla parola di Dio. Significativa poi, ed esemplare, la destinazione delle offerte raccolte. Ne fecero cinque parti: una parte per i poveri della propria parrocchia, una parte per i poveri di una parrocchia più povera di periferia, una parte per un fondo assistenziale della diocesi, una parte per una microrealizzazione per il terzo mondo, una parte per i poveri di una comunità valdese presente in città. Ecco un modo esemplare con cui una Caritas diocesana aveva attuato la prevalente funzione pedagogica. 4)Quali furono a suo avviso i momenti che fortificarono la Caritas che muoveva i primi passi?
Quando la CEI ci incaricò di avviare la Caritas - eravamo tre sacerdoti: mons. Salvi, mons. Muratore e io come capocordata – ci chiedemmo: come faremo? Ci diedero coraggio due pensieri: la Chiesa è di Dio, se Dio vuole la Caritas ci aprirà la strada. L’altro pensiero: potevamo lavorare insieme. In realtà il Signore ci ha condotti per mano. Nel momento in cui nel quarantesimo della Caritas facciamo memoria del passato, ricordo alcuni fatti che sono stati determinanti per l’impostazione a l’avvio della Caritas Italiana. a) Anzitutto il citato discorso di Paolo VI al primo convegno nazionale delle Caritas diocesane (settembre 1972). Ero andato dal maestro di camera, mons. Monduzzi, poi cardinale, per chiedere l’udienza del Papa. Mi chiese a bruciapelo: “Che cosa desiderate che vi dica il Papa?”. Preso alla sprovvista, improvvisando, gli dissi: “Che ci illustri e commenti lo statuto che ci aveva dato la CEI”. Il Papa allargò gli orizzonti e approfondì i contenuti e ci diede l’interpretazione autentica più autorevole di quello che il Signore ci chiedeva. con il progetto della Caritas. Quel discorso di Paolo VI fu per noi il sostegno più forte nel nostro lavoro. lo penso che tutte le persone che assumono compiti e responsabilità nella Caritas, a tutti i livelli, nazionale, diocesano, parrocchiale, dovrebbero conoscerlo e meditarlo bene, perché anche oggi è pienamente attuale. b) Un altro momento fondativo, meno conosciuto, fu un ritiro che padre Pelagio Visentin, monaco benedettino di Praglia, teologo biblista, tenne ai delegati regionali sui fondamenti teo-logici e biblici del nostro lavoro. Quelle riflessioni sono state pubblicate dall’editrice Ave (1995) con il titolo “Vivere nella carità”. Le scorse settimane ne ho fatto oggetto di meditazione e ho trovato quei contenuti attualissimi e fondamento sicuro di speranza. Nel quarantesimo della Caritas italiana proporrei di farne omaggio a tutti i responsabili della Caritas. Padre Pelagio ci ricordava che la Chiesa è istituzione e mistero. La Caritas, organo pastorale della Chiesa, si presenta come Chiesa istituzione, ma la sorgente della sua vitalità ed efficacia è nel mistero della presenza di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo che anima la sua Chiesa.
c) Fu poi per noi provvidenziale la presenza alla CEI del segretario generale mons. Enrico Bartoletti, che ci aiutò a superare alcune difficoltà iniziali nei rapporti con la CEI, che forse aveva dato vita alla Caritas italiana più per fedele obbedienza a Paolo VI, che l’aveva fortemente voluta, che per propria maturata convinzione e vedeva forse questo figlio crescere un po’ troppo in fretta. In realtà furono provvidenziali anche queste iniziali resistenze della Cei, perché ci aiutarono ad evitare il pericolo, ed era quello che giustamente temeva la Cei, che si riproducesse il fenomeno della POA come grande ente assistenziale. d) Anche le grandi calamità, nelle quali la Caritas italiana fu sempre prontamente presente, furono uno stimolo provvidenziale per aiutare le comunità cristiane ad aprirsi alla sofferenze del mondo e a fare esperienza dì condivisione e di accoglienza; penso ad esempio ai gemellaggi con le comunità colpite dal terremoto del 1976 in Friuli e all’accoglienza dei profughi vietnamiti negli anni ottanta. 5)Cosa comportò il servizio civile degli obiettori di coscienza in Caritas? Che cosa ha dato al Paese?
Il servizio civile degli obiettori di coscienza fu una grande esperienza di educazione alla pace e alla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, che lasciò un segno nella formazione e nella vita: furono molti, oltre 100.000. Quell’esperienza potrebbe essere recuperata, almeno parzialmente, anche oggi nel servizio civile volontario, se usato e organizzato bene. Purtroppo la crisi economica ha tagliato le risorse per questo servizio, oppure chi deve gestirle preferisce destinarle alla mini-naia, per istruire ad usare le armi: è una cosa che non possiamo non denunciare come uno scandalo. 6)E oggi la Caritas è in grado di contribuire al ricambio della classe dirigente, non solo di quella politica, in Italia? La Caritas può contribuire al ricambio della classe dirigente promuovendo, formando e coltivando l’esperienza di un volontariato autentico, che sappia trasmettere i valori di servizio, di gratuità, di promozione umana che sperimenta nel servizio di volontariato anche nella normale attività professionale, sindacale, politica, amministrativa. 7) Nei tempi non facili che ci attendono come declinare la sfida dell’opzione preferenziale per i poveri da parte della Chiesa?
L’opzione preferenziale dei poveri è l’obiettivo e la qualifica specifica della Caritas. Quando la Cei, in obbedienza a Papa Paolo VI, decise di istituire la Caritas, ci fu discussione all’interno del Consiglio permanente della Cei. Il cardinale Pellegrino, arcivescovo di Torino, non era del tutto favorevole perché, diceva: il compito di far crescere la carità nella Chiesa è compito di tutta la Chiesa e di tutti gli organismi pastorali e non può essere delegato ad una istituzione come la Caritas. Questa provvidenziale riflessione del cardinale Pellegrino aiutò a mettere in evidenza nello statuto la finalità specifica della Caritas: “Promuovere la testimonianza della carità della comunità ecclesiale italiana con particolare attenzione agli ultimi’’. Ciò vuoi dire farsi voce dei poveri all’interno della Chiesa e nella società civile. Anche il rapporto annuale che ogni anno la Caritas fa in collaborazione con la Fondazione Zancan sulla povertà ed esclusione sociale, adempie proprio a questo scopo. Farsi voce dei poveri certamente vuoi dire sollecitare, promuovere e organizzare l’assistenza nei momenti dì grave calamità, come nelle recenti alluvioni, ma anche tutelare i diritti dei poveri. È significativo il titolo che Caritas e Fondazione Zancan hanno dato al Rapporto 2011 su povertà ed esclusione sociale in Italia: “Poveri di diritti”, che è un fedele riscontro all’insegnamento del Concilio, che nel decreto sull’apostolato dei laici ripete quello che già aveva detto la Quadragesimo anno: non dobbiamo dare come carità quello che è dovuto per giustizia. Farsi voce della dignità e dei diritti dei poveri significa anche che, di fronte ad una situazione in cui in Italia 8 milioni di cittadini, il13% della popolazione, si trovano in povertà relativa, e fra questi 3 milioni vivono in povertà assoluta e il 25% della popolazione vive a rischio di povertà, non sì può consentire che una persona allora responsabile come l’ex presidente del Consiglio, in una conferenza stampa internazionale, dica che in Italia c’è l’abbondanza e i ristoranti sono pieni e gli aerei hanno tutti i posti esauriti. Espressioni del genere sono una offesa alle sofferenze e alla dignità dei poveri. Il tema trova spazio anche nella tavola rotonda di questa sera, in cui, di fronte al tema della solidarietà e sussidiarietà viene posta la domanda: “Che ne sarà di noi poveri?”. Se la Caritas italiana nel suo quarantesimo anno di vita ponesse le istituzioni competenti e responsabili di fronte al problema dell’impoverimento e le sollecitasse a formare un piano serio ed efficace contro la povertà, non sarebbe anche questo profezia? 8)Quale raccomandazione lascerebbe alla Caritas per i prossimi quarant’anni? Mantenere sempre fedeltà all’indirizzo dato da Paolo VI alla Caritas: la sua prevalente funzione pedagogica, sia in rapporto al mondo ecclesiale, come a quello civile. È fondamentale la pedagogia dei fatti: senza i fatti la pedagogia diventa ideologia astratta e inefficace. Ma i fatti possono assorbire talmente le attenzioni e le energie da far dimenticare la prevalente funzione pedagogica della Caritas. È il rischio da cui difendersi con la riflessione, lo studio, la meditazione. Per questo mi sono permesso di indicare e suggerire lo studio e la meditazione sul discorso del Papa del 1972 e le riflessioni teologiche e bibliche di padre Pelagio Visentìn nel volumetto “Vivere nella carità”. Solo con una profonda spiritualità la Caritas può continuare a cogliere i segni dei tempi ed essere profezia.
| INCONTRO DEL NOSTRO VESCOVO CON GLI ANIMATORI DELLE CARITAS PARROCCHIALI  Un’affollata assemblea, presso la sede diocesana di Alife, ha accolto con piacere il nostro nuovo Vescovo, S. E. Mons. Valentino Di Cerbo che, per la prima volta, ha incontrato gli animatori delle caritas parrocchiali, per ascoltarli e raccogliere le loro esperienze. Dopo la preghiera del Padre Nostro, una veloce presentazione da parte di ciascun partecipante, una rapida illustrazione del lavoro svolto dalla Caritas diocesana e della formazione fatta negli ultimi anni agli operatori, la parola è passata al Vescovo che ha preso spunto dall’Inno alla carità di San Paolo. Ogni cristiano, per il solo fatto di essere battezzato, ha in sé la triplice dimensione di Profeta, Sacerdote e Re, come Gesù. Dunque catechesi, liturgia e carità, che si completano a vicenda. L’animatore della carità, espressione di una Chiesa “del servizio” agli ultimi, deve formarsi per fare e far fare, nella propria parrocchia, stimolando e sensibilizzando la comunità all’amore vicendevole. La carità è benigna, è paziente, non si gonfia, non si vanta e così in avanti, come continua il significativo passo paolino: ogni accezione diventa una qualità per il cristiano da seguire, in particolare per l’animatore caritas. Il Vescovo ha soprattutto informato tutti che, per qualificare l’esistente, sarà necessario che tutte le parrocchie abbiano la caritas, perché una chiesa locale senza questa dimensione (insieme alla catechesi e alla liturgia) sarebbe claudicante e quindi incompleta. Non è possibile avere solo catechisti o membri della liturgia, senza l’ambito caritativo, perché si verrebbe meno alle aspirazioni conciliari. Dunque l’auspicio, dopo un interessante dibattito, rimane quello di riaggiornare le caritas esistenti con una formazione permanente, e di cominciare a costituire la caritas parrocchiale, secondo le indicazioni nazionali, lì dove manca, per continuare ad essere “Chiesa” che annuncia, celebra e testimonia Cristo nel suo quotidiano.
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